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Febbraio
2003
Intervista con Raffaella Ponzo
Appunti d'attrice
su "Gangs of New York"
di Osvaldo Contenti*
Roma, tarda mattinata. L’appuntamento con Raffaella Ponzo è fissato
in un bar di Cinecittà, a due passi dal Teatro 5 di Cinecittà Studios dove
Martin Scorsese ha girato per mesi Gangs of New York.
Raffaella si presenta vestita semplicemente e senza trucco. Non ne ha
bisogno. Il suo visetto, poco più che ventenne, irradia una luce da
angioletto del Botticelli. D’un tratto mi spara un sorriso talmente dolce
che penso potrebbe zuccherare tutto il caffè del Brasile. Osservandola,
capisco al volo perché Scorsese l’abbia scelta per delle scene
particolarmente sensuali. E’ qui per raccontarcele, assieme al backstage
del film. Un ragazzo del bar ci si avvicina, con un caffè per me e un the
al limone per lei. Il ragazzo la guarda e gli prende un mezzo coccolone.
Esita molto ad andarsene e quando lo fa, in pratica, le ha regalato gli
occhi… A riprova del fatto che la bellezza di Raffaella non passa davvero
inosservata. L’attrice, prima di girare con Scorsese, si è fatta notare e
molto nei precedenti film: Quartetto di Salvatore Piscicelli
(2001), Voyeur di Roberto Gandus (2000) e interpretando una
sensualissima Luana ne Il corpo dell’anima ancora di Piscicelli
(1999), che per una volta aveva messo d’accordo i larghi consensi di
pubblico e critica. Ma ora Raffaella è qui per raccontarci tutto del suo
Gangs of New York, tramite degli “appunti d’attrice” che come
vedremo riserveranno molte sorprese sul film-capolavoro di uno degli
ultimi maestri del cinema.
E’ noto che il set di Scorsese era superblindato. Raccontacelo con i
tuoi occhi.
Appena arrivata sul set mi hanno messo seduta ad un tavolino. Era la scena
della taverna. Mi sono guardata intorno e la prima cosa che ho pensato è
stata: meno male che non mi hanno fatta sedere vicino a quel brutto
laggiù. Ho guardato bene, era Daniel Day-Lewis, che in Gangs of New
York è Bill il macellaio. Il fatto è che tra la barba e la
frangetta tutta appiccicata alla fronte era conciato veramente da cattivo,
quindi mi aveva fatto un po’ impressione. Poi sono arrivati gli altri
attori, tra cui la controfigura di Leonardo Di Caprio, che all’inizio ho
scambiato per il vero Leo. Invece era Fabio, un ragazzo cha abita a
Cinecittà, ma identico a Di Caprio. Poi è arrivato Henry Thomas,
che interpretava Johnny Sirocco, mio partner nel film. La scena era molto
sensuale. Le luci erano calde e avvolgenti. La scenografia, di Dante
Ferretti, era curata nei minimi particolari. Così curata che persino i
fogli di giornale attaccati alle pareti erano veri articoli dell’epoca,
riprodotti in modo da essere completamente leggibili. D’un tratto è
arrivato Martin Scorsese. Scorsese per me è un mito. Però, a volte,
i miti non si dovrebbero conoscere, perché diventano terreni. Infatti lui
è molto piccolino, ha un sacco di tic e delle sopracciglia nere nere,
grandissime… Davvero molto terreno, insomma, anche se rimane un mito.
Sei nel tuo primo set di Gangs of New York. Descrivici le tue emozioni,
il tuo ruolo…
Al momento delle riprese faceva un certo effetto pensare che dietro alla
macchina da presa ci fosse Scorsese. Così, per me, il primo giorno di
lavorazione è stato un po’ surreale. Sul set ero circondata da una
quantità di attori che prima avevo visto solo nei film, mentre, al
ritorno, prendendo la metro, venivo ricatapultata di colpo negli: ‘Aho,
do’ annamo a magnà’ della vita di ogni giorno. Davvero surreale. Però,
poi, col tempo, ci si abitua a tutto. Durante la scena con Henry Thomas io
ero la sua compagna. Mi sono trovata molto a mio agio nel personaggio
assegnatomi da Scorsese: formosa, con i capelli lunghi e a boccoli,
fasciata da un bellissimo vestito d’epoca. Poi, tra me e il mio partner
arrivava un cinese con la pipa per fumare l’oppio e io la passavo a Thomas.
Ne seguiva un dialogo e quindi la scena del bacio, con un primo piano
strettissimo. Scorsese, in quella scena, come nelle altre, mi voleva molto
naturale: ‘sincerità, sincerità’, mi ripeteva spesso. In un’altra scena,
nella quale ero addormentata su un tavolo, mi ha disposto con massima
precisione nella stessa posizione di una ragazza riprodotta in una stampa
d’epoca. Il tutto, fatto con estrema professionalità. Caratteristica che,
dispiace dirlo, distingue i set americani da quelli italiani.
Hai avuto altri riscontri di questa maggiore professionalità?
Sì, ad esempio, molti grandi attori italiani tendono a defilarsi quando
debbono dare le battute fuori campo, delegando questo incarico ad altri.
In Gangs of New York, invece, questo tipo di battute venivano recitate
dagli attori stessi. Anche dai protagonisti! E non solo questi dicevano le
battute, ma, anche fuori campo, riproducevano la scena come se stessero in
campo. Perché erano consapevoli del fatto che la recitazione cambia se si
viene distratti o se davanti a sé si ha il nulla. Per cui recitavano anche
col corpo, pur non essendo ripresi, per non perdere il pathos del film.
Segno di una grande professionalità. Come quando Scorsese, sempre nel set
della taverna, ha voluto una scena di sesso vero, perché per lui una scena
di sesso simulato non avrebbe creato la stessa emozione e partecipazione.
Qual è l’attore del film che ti ha colpito di più?
Sicuramente Daniel Day-Lewis, che spero vinca un Oscar. Quando era in
scena mi dava i brividi. Lo vedevo recitare ed era come stare a teatro.
Ogni scena che interpretava ti dava l’emozione di un intero film! Anche
lì, sul set, intendo dire. Mentre Di Caprio credo che si esprima di più se
visto sul grande schermo. Daniel Day-Lewis, invece, in ogni momento era
veramente impressionante per la sua bravura e per la dedizione alla
professione dell’attore. Tanto che, nella scena nella quale doveva dare
delle testate ad un manichino - che nella finzione rappresentava Di Caprio
- si era fatto male, ma continuava a dare quelle testate col sangue finto
che si mescolava a quello vero, riportando delle ferite per la quali poi è
stato ricoverato. In un’altra scena, sempre Daniel Day-Lewis dà fuoco ad
un calice, il fuoco prende la maglietta e sebbene lui se ne accorga
continua a recitare come se niente fosse, non importandosene delle
ustioni. Prova del fatto che si dava al cento per cento. In un’altra scena
ancora aveva un braccio fasciato, ma neanche durante le pause del film
smetteva i panni del personaggio, muovendosi come se avesse davvero il
braccio malato. Questo tenere il personaggio così a lungo credo sia una
caratteristica solo dei grandi attori.
Com’era Martin Scorsese sul set?
Scorsese era molto presente sul set, ma non asfissiante. Supervisionava e
coordinava le scene di massa in prima persona, spesso immergendosi tra il
brulichio delle comparse. Con gli attori principali, invece, credo abbia
fatto un enorme lavoro prima di girare. Un po’ come si fa a teatro per le
prove generali. Perché Scorsese dava loro solo delle piccole indicazioni,
come se queste fossero degli appunti relativi ad un lavoro precedente, già
perfettamente assimilato da ogni interprete. Infatti, ricordo che in una
scena Cameron Diaz - che ho trovato molto naturale nel suo ruolo -
si toglieva uno scialle provocando un po’ Daniel Day Lewis. Scorsese le
chiese di rigirare la scena dicendole di essere ancor più provocante, di
togliersi l’indumento con più civetteria. Ma prima del ciak non le aveva
detto proprio nulla. Poi, è noto che Daniel Day Lewis, prima di girare,
avesse davvero fatto pratica di macellaio. A riprova di un grande lavoro a
monte precedente al film.
*Osvaldo Contenti è autore assieme a Renzo Rossellini del libro-intervista
"Chat room Roberto Rossellini" (Luca Sossella editore), 160 p. 15 euro.
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